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el 1729 - si era già sotto l'imperatore austriaco Carlo VI - il viceré Fernandez de Cordova, conte di Sastago attuò una riforma che seguì
quelle del 1579 e del 1679 e diede nuovo impulso, anche moralizzatore, all'ateneo catanese.
Gli studenti dovevano apparire con minore ostentazione di quanto fossero abituati a fare
e non potevano assistere armati alle lezioni; mentre per i concorsi a cattedra si stabilivano norme repressive nei confronti di chi avesse chiesto raccomandazioni e di chi le avesse concesse. Allo Studium giovò, in particolar modo, l'attenzione espressa dal governo austriaco con il diploma emanato da Carlo di Borbone nel 1737: si riconfermava il privilegio esclusivo di conferire lauree, stabilendo che solo la "celeberrima" Università
di Catania, fondata da Alfonso il Magnanimo, godesse dell'ambito riconoscimento.
L'esclusiva fu riconfermata ancora nel 1752 e poi, più volte, anche da Ferdinando I di Borbone, re delle Due Sicilie. Un'altra riforma, emanata nel 1779, aboliva la carica di
Rettore, considerata deleteria per la disciplina studentesca; ai lettori era fatto obbligo
di usare la lingua italiana ed agli studenti di stare in piedi e a capo scoperto durante le ripetizioni; ma soprattutto, assegnava allo Studium parte delle rendite della soppressa "Azienda Gesuitica" e si portavano a trenta le cattedre , comprese le specialità e le scuole basse preparatorie. Mentre lo Studium si assestava secondo le nuove
disposizioni, la fine del
XVIII secolo fu per l'Europa un tempo di sommovimenti sociali e politici che interessarono
anche la corte borbonica costretta dalle armate francesi a riparare in Sicilia. Re Ferdinando I stabilì la corte a Palermo che, assurta ancora a capitale, si sentì autorizzata a reiterare la richiesta di avere l'Università: nell'Agosto del 1805 un dispaccio ne decretava l'istituzione.
L'Ateneo catanese reagì male anche perché, nonostante re Ferdinando non volesse si creassero differenziazioni tra le due Università, una Commissione centrale - forse una rivalsa palermitana per la lunga astinenza - impose concorsi per le cattedre vacanti,
negò alcune attribuzioni alla Deputazione di Catania e attuò comportamenti
considerati censori dai catanesi. Non solo si
ridusse il numero degli iscritti allo Studium e si crearono non poche difficoltà economiche, ma la inutilità della reazione fu talmente sofferta che, dopo circa
trent'anni, quando nel 1838 fu ripristinato l'ateneo messinese e Catania vide ridursi
ancora le iscrizioni, la reazione che seppe esprimere fu altrettanto inutile e molto meno virulenta della precedente. Anno dopo anno il numero degli studenti andò diminuendo e
solo un'iniziativa del nipote di Ferdinando I, re Ferdinando II - anche se decisa per
tornaconto politico - riuscì a fermare la continua riduzione: fermenti rivoluzionari di indipendenza si erano sviluppati in Sicilia partendo proprio dalle Università e re Ferdinando II - che a stento aveva potuto volgerne a proprio favore gli esiti - per
evitare che i giovani potessero raccogliersi a tramare in un unico Ateneo, stabilì
a quale delle tre Università dovessero iscriversi gli studenti delle varie province: a Catania, oltre i propri, quelli di Noto (allora capoluogo di provincia, al posto di Siracusa e Ragusa) e Caltanissetta. L'imposizione sovrana servì ad incrementare gli iscritti allo Studium , ma non impedì il propagarsi delle idee rivoluzionarie espresse nei moti del
1860 e nella vittoria dei Savoia sui Borboni. Alle Università siciliane fu estesa la
legge sulla pubblica istruzione (legge Casati) che era stata promulgata a Torino nel 1859
e che si sostituiva all'ultimo regolamento borbonico: quello emanato nel 1840 col quale era stato ripristinato l'ufficio del Rettore, ma stabilendo che la scelta fosse effettuata tra i professori e non più tra gli studenti e raggruppava le cattedre in Facoltà; a
Catania: Giurisprudenza, Scienze fisiche e matematiche, Filosofia, Lettere e Teologia. I regolamenti piemontesi posero le Università siciliane a carico dello Stato e tra le
cose, ripristinarono per gli studenti, la libertà di scegliere l'Ateneo presso il quale compiere i propri studi. L'Università di Catania soffrì ancora una volta la
riduzione delle iscrizioni e dovette subire anche, nel 1862, con la legge De Sanctis, il declassamento tra quelle di secondo ordine. Nel 1867 gli iscritti si erano ridotti a 143.
Solo dopo un'impennata d'orgoglio dei consigli comunali e provinciali etnei, che riuscirono a consorziarsi approntando i mezzi indispensabili ai bisogni dell'Ateneo, lo Studium, nel
1885, fu pareggiato alle Università di Primo ordine: già pochi anni dopo si
potevano contare 1002 iscrizioni ed iniziava quella che é la storia recente dell'Università.
Mario Cavallaro
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