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PALERMO

La supplica indirizzata al Senato di Palermo nel 1429 dal frate benedettino Giuliano Majali, poi divenuto Beato, del convento di San Martino delle Scale, avviò la fondazione dell’Ospedale Grande e Nuovo della città. Quando Fra Giuliano, cassinese, inviato dal re Alfonso d’Aragona, mise per la prima volta piede in Sicilia, la capitale dell’isola possedeva ventidue ospedali, “pichuli” e “malamenti sirvuti”, non certo sufficienti “pri tutti li ammalati e infermi di la dicta chitati”. Palermo aveva sempre avuto un minimo di organizzazione sanitaria, fin dalla dominazione araba. Tra l’altro, uno degli ospedali esistenti nel 1429, quello di San Giovanni dei Lebbrosi, era sorto presso una piccola chiesa eretta da Ruggero II, il Normanno, nell’accampamento del suo esercito occupatore.

Il 24 aprile 1429 Martino de Marinis, arcivescovo di Palermo, concesse il nulla osta per la fondazione dell’ospedale ed il 21 agosto re Alfonso accolse la richiesta. Nell’ultima decade dello stesso mese non c’erano, quindi, più ostacoli alla fondazione dell’Ospedale Grande e Nuovo. Una commissione, di cui facevano parte Pietro Pollara, procuratore dell’Arcivescovo, i rettori della Compagnia di Santa Maria di Candelora (che operava presso l’Ospedale di San Bartolomeo), i rettori dell’Ospedale di San Giovanni dei Tartari, Fra Giuliano Majali e i nobili Francesco Ventimiglia, Arduino Geremia, Pietro Afflitto e Guglielmo Sciabica, scelse di accorpare in un’unica istituzione economica i piccoli ospedali di San Bartolomeo, San Giovanni dei Tartari, Santa Maria la Mazara, San Giovani Battista a Castellammare, San Dionisio l’Aeropagita, Santa Maria la Nova, Sant’Antonio e San Giovanni dei Lebbrosi (San Teodoro era riservato a tutti i pellegrini [xenodochio], Santa Maria la Raccomandata era esclusivamente per le pie donne, San Dionisio era riservato per la nobiltà, San Giovanni dei Lebbrosi in primo tempo era un lebbrosario, successivamente utilizzato per i malati di mente, per gli scabbiosi, per i tubercolotici, San Bartolomeo alloggiava tisici e ulcerosi, il Filippone adibito alle sole donne).


Facciata dell'ex ospedale "San Bartolomeo"


Portale dell'Ospedale Grande e Nuovo (palazzo Sclafani)

La commissione lavorò alacremente; il 24 gennaio 1430 presentò un corpo di tredici capitoli nei quali tra l’altro si stabiliva che il patronato sul nuovo ospedale spettasse all’Universitas, la quale ne avrebbe affidato il governo a quattro cittadini palermitani di cui due in rappresentanza delle confraternite di San Bartolomeo e di San Giovanni dei Tartari.

L’11 novembre 1431, il papa Eugenio IV trasmetteva a Palermo una propria bolla con la quale si accordava la licentia erigendi unum hospitale solenne in civitate Panormi et incorporandi. Ad abbattere gli ultimi ostacoli alla concreta realizzazione deliberata dal pontefice furono una serie di lettere di re Alfonso dirette all’arcivescovo di Palermo, al procuratore del re e ad altri funzionari allo scopo di rendere esecutiva la Bolla papale super unionem de hospedalibus dictae urbis, per reductionem ad unum novum hospitale de novo incipiendo, et costruendum.

Di lì a poco l’arcivescovo di Palermo istituì una commissione deputata a scegliere l’ubicazione del nosocomio. Pochi giorni dopo il re fu informato che cum consilio fratis Iuliani Senatusque panormitani la scelta era caduta sul Palatium nobilis Matheus Sclafani, comitis Adrani, dictum lo Steri di lu Conti Mattheu, anche se palazzo Sclafani versava in pessime condizioni (era “inabitabile” e addirittura “discopertum”). Il consenso regio aprì la strada alla sistemazione del nosocomio nell’edificio, costruito nel 1330, appunto dal conte Matteo Sclafani, per scommessa col cognato Manfredi Chiaramonte, proprietario dello Steri di Piazza Marina.

L’amministrazione dell’Ospedale Grande e Nuovo entrò in possesso del Palazzo Sclafani nel 1435, quando l’edificio fu espropriato agli ultimi proprietari privati, peraltro, residenti in Spagna. Ma dovettero passare altri cinque anni perché il palazzo potesse essere adibito a nosocomio. Taluni suoi ambienti erano particolarmente umidi e poco arieggiati, nell’insieme era ipodimensionato rispetto ai nuovi bisogni di spedalità che si sommavano ai vecchi. Sicché continuarono ad essere utilizzati anche i locali di alcuni vecchi Ospedaletti. Il “San Bartolomeo” godette addirittura di speciale autonomia e proprio rettorato fino al 1825.

La sede di Palazzo Sclafani, pressoché equidistante dal Palazzo Reale e dalla Cattedrale, sembrava quasi fatta apposta per suggellare la convergenza benevola del potere temporale e di quello spirituale sull’Ospedale Grande e Nuovo. Ad esercitare per secoli la giurisdizione furono, però, i tribunali ecclesiastici. La vita interna del nosocomio fu invece regolata da appositi capitoli preparati da Fra Giuliano Majali ed emanati, nel numero di diciannove, il 5 gennaio 1442. In forza di queste norme ogni anno, il giorno di Pentecoste, l’Universitas di Palermo eleggeva tre rettori o priori con compiti di vigilanza e denuncia di ogni eventuale carenza amministrativa ed assistenziale. Spettava invece al Senato eleggere il tesoriere, l’ospedaliere (una specie di direttore generale con diritto di abitare all’interno di Palazzo Sclafani), due medici (uno fisico ed uno chirurgo), il barbiere-salassatore-cavadenti, lo speziale, l’archivista, il dispensiere, il procuratore degli introiti, l’avvocato, il sacerdote che fungeva anche da notaio (per accogliere eventuali disposizioni testamentarie dei ricoverati a favore dell’ospedale), la balia dei trovatelli abbandonati nell’apposita “ruota” del nosocomio. Ad assistere i malati erano chiamati i componenti laici di tre congregazioni: dello Spirito Santo, della Madonna della Consolazione e della Madonna della Misericordia. Non a caso nel cortile del nuovo nosocomio campeggiava il quadro ad affresco Il Trionfo della Morte o dell’Allegoria della Peste (oggi a Palazzo Abatellis), con il macabro cavallo. Altra assistenza ai degenti venne, in seguito, assicurata dai gentiluomini della Congregazione della Carità i quali, ogni anno, nel giorno di San Bartolomeo, solevano vestirsi di sacco, portare ceste piene di camicie e di sfilacce, (…) togliere con le proprie mani all’inferno la camicia e porgli la nuova, donando le sfilacce per le piaghe.

Durante la plurisecolare vita dell’Ospedale Grande e Nuovo, l’ordinamento interno fu più volte rivisitato per adeguarlo ai nuovi compiti che il mutare dei tempi imponeva. Già a metà del Quattrocento il nosocomio divenne un serio riferimento dei benefattori: nel 1447 diveniva proprietario del feudo dell’Accia; nel 1491 Ferdinando il Cattolico gli regalava le abbazie di Santa Maria di Maniace e di San Filippo di Fragalà, con le rispettive rendite e il dominio sulla Terra di Bronte, di cui il 22 maggio 1638 il nuovo nosocomio palermitano acquistò il “mero e misto imperio”, ossia l’esercizio della giurisdizione civile e penale. Nel 1492 furono annessi l’Ospedale di San Giovanni dei Padri Teutonici con tutti i suoi ricoverati (lebbrosi, tisici e matti) e l’Abazia di Santo Spirito. Nel 1516, per volontà del papa Leone X furono ricondotti sotto l’egida dell’Ospedale Grande i monasteri cistercensi di Santo Spirito fuori le mura e di San Nicolò, rendite comprese.

Nel 1546, i Padri Cappuccini furono autorizzati dal Senato a costruire una loro infermeria in un’area limitrofa a Palazzo Sclafani ed in cambio dell’assistenza sanitaria, s’impegnavano a rifornire l’ospedale delle erbe medicinali che coltivavano nel loro “giardino dei semplici”. Le grandi e semplici stanze erano adornate negli ultimi anni del XVIII secolo con delle pitture monocrome eseguite da Fra Felice da Sambuca. La loro infermeria (che fra l’altro cambiò più volte locali, rimanendo sempre attorno all’ospedale) fu in diverse occasioni utilizzata per far fronte a situazioni di eccezionale emergenza, come la peste nel 1624.

Nella seconda metà del Seicento i ricoverati dell’ospedale erano aumentati a dismisura ed il personale ausiliario scarseggiava. Per sopperire a questa carenza, nel 1654 si destinò un reparto del nosocomio, il cosiddetto Conservatorio, all’accoglimento delle trovatelle dai sette anni all’età da marito, al fine di utilizzarne l’opera per accudire ai pazzi ed alle meretrici affette da lue. Inoltre, le giovinette avevano il compito di preparare il pane e la pasta per tutti i degenti dell’ospedale. In che condizioni fossero costrette a vivere queste sventurate si evince chiaramente da una indignata protesta elevata nel 1789 dal Presidente onorario del Tribunale del Real Patrimonio: sono le figliole ripartite in detti cameroni, o per meglio dire “tetti morti” volgarmente chiamati, a guisa di infermeria situati con letti vicini in gran numero ed in angusto loco, in modo che il numero dei fiati non le può fare esalare che un’aria pestifera. Non è inferiore l’indecenza di come sono tenuti i cameroni suddetti, nei quali vi abitano le stesse figliole, e con le loro gatte e le galline che per proprio guadagno trattengono, e che producono delle grandi immondezze. Altro personale ausiliario cominciò ad essere reclutato, sempre nel Seicento, dalle file dei condannati a morte o a molti anni di galera, e soprattutto dalle schiere di magare e fattucchiere giudicate per stregoneria dal Tribunale del Sant’Uffizio e condannate ad essere muradas, a vita o per alcuni anni, nei locali dell’Ospedale Grande e Nuovo.

Nel 1790, le trovatelle furono trasferite nel grande Albergo delle Povere fuori Porta Nuova, fatto costruire nel 1732 da Carlo d’Asburgo e già denominato Real Albergo dei Poveri. All’Ospedale Grande e Nuovo ne rimasero comunque alcune che continuarono a disimpegnare i compiti tradizionali con un piccolo compenso.

Con dispaccio regio del 3 settembre 1805 l’Accademia degli Studi di Palermo fu trasformata in vera e propria Università. Di conseguenza l’insegnamento di medicina, che da almeno cinquanta anni era ospitato nei locali dell’ospedale acquisì connotati di autentica scientificità.

Nel 1825 Francesco I di Borbone fece costruire la “Real Casa dei Matti” dove furono trasferiti i malati di mente. Il 4 agosto dello stesso anno il sovrano affrancava l’Ospedale Grande e Nuovo dal Consiglio degli Ospizi. Il 15 novembre decretava la trasformazione del San Bartolomeo in Conservatorio di Santo Spirito per i bimbi orfani. Gli ammalati che vi erano ricoverati furono trasferiti all’Ospedale Grande. Finì così la storia dell’Ospedale di San Bartolomeo le cui origini risalgono al secolo XIII.

All’inizio degli anni Trenta dell’800 si cominciò a parlare di trasferire le degenti affette da “lue”, o per meglio dire le donne del dipartimento meretricio dell’Ospedale Grande, in un apposito sifilocomio. Il progetto si concretizzò compiutamente negli anni Cinquanta quando fu istituito un Ospedale meretricio ospitato nei locali del deposito di mendicità del complesso dello Spasimo. I locali del complesso architettonico e della chiesa dello Spasimo con l'ubicazione in alcuni corpi di fabbrica del sifilocomio, "ospedale meretricio" nella dizione dell'epoca, furono utilizzati dal 1855. Nel 1898 furono realizzate nuove camerate al di sopra delle cappelle laterali della chiesa e sul piano del bastione. La struttura sanitaria a partire dal 1888 passò in carico all'Ospedale Civico che, con la dizione Ospedale "Principe Umberto", (si vede ancora la scritta sul portone d’ingresso) lo ha detenuto per le proprie attività di cronicario geriatrico sino al 1986.


Chiesa dello Spasimo - navata centrale

       
In quegli stessi anni dell'ottocento il glorioso ospedale cominciò a chiamarsi ufficialmente Civico,denominazione che si riscontra già in documenti degli anni Trenta forse per sottolineare che esso ormai dipendeva esclusivamente dall’amministrazione civica di Palermo. Nella primavera del 1851 fu istituita una clinica erpetica nei locali della casa gesuitica di San Francesco Saverio. In seguito ai moti del ’48, Palazzo Sclafani fu dichiarato bene demaniale ed adibito a caserma militare nel 1852. Da quel tempo l’unico lato rimasto intatto è quello meridionale con la porta sormontata da un’edicola scolpita dal pisano Bonaiuto e dallo stemma degli Sclafani rappresentati dalla figura di due gru che si guardano tra loro. L’interno è costituito da un vasto cortile dalla forma quadrata, racchiuso da un porticato che da uno scalone laterale che conduce al piano nobile costituito da un grande salone illuminato da imponenti finestre; nel cortile addossati ai muri perimetrali furono realizzati alcuni affreschi. L’Ospedale Civico fu trasferito al San Saverio nel 1853. Successivamente, in esecuzione del regio decreto del 6 marzo 1864, il Ministero dell’Interno occupò temporaneamente il monastero benedettino della Concezione e lo assegnò all’Ospedale Civico per impiantarvi le cliniche medica, chirurgica, ostetrica e oftalmica. Nel 1866, nei locali del San Saverio fu istituita la clinica pediatrica, con trentadue posti letto. L’anno dopo fu stipulata una convenzione tra l’Università e l’Ospedale Civico per il mantenimento delle cliniche.


Chiesa di S. Saverio con ex Casa gesuitica

 Nei primi anni Settanta dell’800, la storia del glorioso nosocomio si fuse con quella dell’Ospedale Fatebenefratelli. Quest’ultimo era stato fondato nel 1587 da Fra Sebastiano Ordonez dell’Ordine dei Fatebenefratelli, formato dai discepoli di San Giovanni di Dio. Quest’ultimo, ex soldato spagnolo, si era fatto frate a Granada dopo la battaglia di Lepanto. Indossato il saio, assurse presto ad un ruolo primario dell’Ordine prestando la sua opera anche a Roma, da dove fu inviato a Palermo per occuparsi dell’assistenza degli ammalati. Nella capitale dell’isola, il Nostro comprò la chiesetta di San Pietro in Vincoli (1533) ed altri uffici limitrofi per fondarvi il convento ed un nuovo ospedale. Diede ad entrambi il nome di Fatebenefratelli. In questo particolare tessuto urbanistico che gravita all’interno dell’odierno Mandamento Palazzo Reale, nel quartiere dell’Albergheria, nel 1586 fu edificato l’ospedale-convento. La configurazione dell’ospedale si presentava come un grosso poliedro, la scarsa documentazione e i vari rimaneggiamenti, le devastazioni dell’ultimo conflitto non consentono di tracciare un quadro leggibile, ma appena approssimativo dell’antico nosocomio. Al centro di questo poliedro si apriva un vasto chiostro con una fontana di marmo di Billiemi che era sormontata da un elemento decorativo e significativo quale l’emblema dei Fatebenefratelli: il melograno. Successivamente si accedeva attraverso due porte che immettevano nel cortile, ad oriente l’ingresso principale possedeva un portale in pietra d’intaglio, ad occidente era un altro ingresso aperto intorno al 1726 per permettere ai cittadini di entrare nella “spezieria”. Da uno scalone si accedeva al piano superiore dove erano ubicati gli alloggi conventuali, le officine e il salone-corsia per la degenza degli ammalati di particolare magnificenza. (lunga m. 43,50 e larga m. 7,95). Suggestivo è il soffitto che si presenta a cassettoni di legno policromo con motivi floreali (rappresentati foglie e fiori del melograno). Lungo le due pareti principali che risultano essere altissime, si svolgono una serie di affreschi illustranti episodi della vita di San Giovanni di Dio, attribuiti al pittore monrealese Pietro Novelli (1603-1647). Gli affreschi occupano la parte superiore della corsia lasciando libera quella inferiore occupata dai lettini con l’alcova e permetteva ai degenti di poterli osservare mentre erano coricati nei loro letti.

In fondo all’aula, tra le due ali maggiori stazionava l’altare che era sovrapposto da una tela di Pietro Novelli raffigurante San Pietro in Vinculis (attualmente custodita presso la Galleria Regionale della Sicilia), dove ogni giorno veniva celebrata la Santa Messa. Alla destra dell’altare una porticina conduceva ad un piccolo ambiente utilizzato come camera di degenza per i preti infermi. Alla sinistra un piccolo passaggio permetteva ai frati di raggiungere la medicheria ed i laboratori. In tutti gli ospedali dei Fatebenefratelli era prerogativa la presenza della spezieria (farmacia), in quello di Palermo era ubicata poco dopo la “portiera” sulla destra alla quale era preposto un religioso e serviva anche il pubblico attraverso un bancone chiuso da una grata. I frati erano abbastanza rinomati per la loro arte e per l’ottima qualità degli elaborati che producevano, le erbe le coltivavano personalmente specialmente le più ricorrenti. Palermo fece scuola nell’erboristeria; molti speziali ed erbaioli venivano all’Ospedale dei Fatebenefratelli ad imparare il mestiere. Non a caso il famoso Giuseppe Balsamo, pseudo conte di Cagliostro, frequentò la loro farmacia: la sua casa natale era prospiciente a via Scarparelli, nelle adiacenze dove vi rimaneva per ore guardando con interesse i frati che preparavano le pozioni. In un secondo tempo (1839) la spezieria diventerà una clinica omeopatica diretta dal prof. Giuseppe Bandiera. I frati si interessavano a dare una degna sepoltura sia ai confratelli che ai malati. Nel 1924, al di sotto dell’Ospedale, è stata scoperta una vasta cripta cimiteriale con tanto di colatoi a sedile e tavoliere per l’esposizione, comune usanza di quel periodo.

Nel 1685, il nosocomio disponeva di 40 posti letto e di altrettanti religiosi preposti all’assistenza dei degenti: ospitava circa mille ammalati all'anno che divennero 1.300 nel 1715.

Durante il colera del 1837, il priore offrì alla Commissione centrale sanitaria la disponibilità dell’Ordine ad assistere i colerosi non solo nel proprio ospedale ma anche nei sei lazzaretti improvvisati a far fronte all’emergenza. Nella seconda metà dell’Ottocento i posti letto si riducono a venti. Cacciati i Fatebenefratelli in seguito alla legge del 1866 che sopprimeva gli Ordini religiosi, il loro patrimonio fu incamerato dallo Stato (1872) e l’ospedale trasformato in caserma per l’esercito sabaudo. Nel 1887 i locali furono organizzati per essere utilizzati da un istituto scolastico ed i beni annessi alla vecchia struttura e alla gestione religiosa furono incorporati al nascituro “Ospedale Civico e Benfratelli”. In forza della stessa legge del 1866, furono accorpate all’Ospedale Civico anche le cessate confraternite di San Sebastiano e di San Michele Arcangelo.

Una commissione mista (comunale, provinciale, del Genio Civile) nel 1897 suggeriva di costruire "di sana pianta, possibilmente alla periferia della città, un nuovo grande Ospedale della capienza di 500 letti”. Come presidente dell’importante istituzione ospedaliera l’imprenditore Ignazio Florio riuscì a fare i passi decisivi per l’avvio a soluzione dell’edilizia ospedaliera a Palermo. Il 22 luglio 1907, Florio firmava l’atto notarile con cui l’Ospedale Civico e Benfratelli acquistava un’area di quattordici ettari su cui tuttora fanno mostra di sé l’Ospedale Civico ed il Policlinico. All’assetto definitivo del Civico e del Policlinico "Paolo Giaccone" si arrivò per approssimazione successiva, negli anni Trenta, parallelamente all’abbandono dei locali (ormai fatiscenti) degli ospedali dello Spasimo, della Concezione e del San Saverio. Quest’ultimo è stato, fra l’altro, raso al suolo da un’incursione aerea l’8 settembre 1943.

Lungo il Cassaro all’interno del quartiere militare incombeva l’ospedale "San Giacomo" costruzione, iniziata nel 500 e portata a termine nel 1620, probabilmente da Mariano Smeriglio; si occupava degli ammalati illustri, per lo più stranieri e militari dell’esercito spagnolo, abolito definitivamente nel 1832 con l’avvento dell’amministrazione borbonica che trasformò i locali per necessità militari. Tutt’oggi è adibito ad alloggi militari. Annessa all’Ospedale militare vi era la chiesa parrocchiale di San Giacomo La Mazara, così chiamata per la presenza di un mulino, costruita nel 1482 venne utilizzata dal nosocomio solo dopo il 1620, successivamente sconsacrata è stata adibita ad officina meccanica per i militari.


Palermo - Porta nuova - sulla destra l'ex ospedale "San Giacomo"


Ospedale civico - Fatebenefratelli


Ospedale civico - Fatebenefratelli

   


Policlinico universitario "Paolo Giaccone".


Policlinico universitario "Paolo Giaccone".

   


Ospedale civico - Fatebenefratelli


Ospedale provinciale generale "G.F. Ingrassia".

Nel primo ‘800, i militi malati venivano curati nell’abolita Casa gesuitica di San Saverio divenuto così il nuovo Ospedale militare. Nel 1852 l’Ospedale militare passò nell'ex convento di Santa Cita dei PP. Domenicani (attuale caserma Cangelosi). Nel 1930 infine, l’Ospedale militare si stabilì nell’attuale sede a Mezzomonreale, nella villa dei Marchesi di Santa Croce.

Anche il clero aveva il suo ospedale che per motivi logistici era ubicato proprio nei pressi del Palazzo Arcivescovile. Fondato nel 1695 dall’arcivescovo Ferdinando Bazan era detto l’Ospedale dei Sacerdoti, poiché ospitava i sacerdoti infermi. Vi si accedeva da una scalinata sul fianco sinistro tramite un antico portale a sesto poligonale con festoni pensili in pietra d’intaglio. Alle dipendenze è situato l’oratorio dei Ss. Pietro e Paolo, fatto costruire nel 1697-98 su progetto di Paolo Amato e abbellito con magnifici stucchi di scuola Serpottiana.

Il lazzaretto di Palermo fu fondato nel 1628, regnante Filippo II di Spagna, dal viceré Fernandez de la Cueva, duca di Albuquerque, presso il promontorio dell’Acqua Santa, subito dopo gli avvenimenti della peste del 1624. Fu restaurato, abbellito ed ingrandito negli anni Trenta dell’Ottocento, in periodo borbonico, sotto la cura del duca Francesco Benzo della Verdura.è  stato poi sede dell’ex Manifattura Tabacchi, in via Guli 11, adiacente ai Cantieri navali. Un lazzaretto al tempo del colera (1837) fu nel complesso dello Spasimo. Altro lazzaretto nel Borgo Santa Lucia.

Policlinico Universitario "Paolo Giaccone" (costruito negli anni '40).
Ospedale Civico e Benfratelli “G. Di Cristina – M. Ascoli” (inizio lavori 1932 - nuovo padiglione 1961).
Ospedale "Vincenzo Cervello".
Ospedale "G.F. Ingrassia".
Ospedale Aiuto Materno.
Ospedale "Enrico Albanese".
Ospedale malattie infettive Guadagna.
Ospedale Fatebenefratelli Buccheri La Ferla.

(Pidone Giuseppe, Descrizione del Real Ospedale militare di Palermo e della sua interna amministrazione, Palermo 1834, pp. 34)
(Giliberto Giuseppe, Sul lazzaretto di Palermo: memoria di Giuseppe Giliberto, Palermo 1840, pp. 22)
(Relazione sul Lazzaretto di Palermo, Giornale di Scienze Lettere ed Arti per la Sicilia, 1833, tomo 44, pp. 137-143)
(Monografia, Il più antico Ospedale di Palermo: appunti di storia, Ospedale San Teodoro, Palermo 1890 pp. 7)
(Carta Giuseppe, Il sistema ospedaliero nel centro storico di Palermo, Palermo 1969)
(Bonaffini Giuseppe, Per una storia delle istituzioni ospedaliere a Palermo tra il XV e il XIX secolo: fonti e proposte, Palermo 1980, pp. 145)
(Castiglione F. Paolo, Struttura di potere ed assistenza: l’Ospedale Grande di Palermo tra XVI e XVIII secolo, In: Il meridione e le scienze (secoli XVI-XIX), Palermo, Istituto Gramsci Siciliano, 1988, pp. 39-66)
(La Duca Rosario, Francesco Parisi, Storia della sanità militare a Palermo: XVI-XX secolo, Palermo 1997, pp. 77)
(Schirò Giovanni, Topografia medica di Palermo, Palermo 1846)
(Mazzè Angela, L’edilizia sanitaria a Palermo dal XVI al XIX secolo: l’Ospedale Grande e Nuovo, Palermo 1992, pp. 681)
(Mazzè Angela, L’edilizia sanitaria a Palermo dal XVI al XIX secolo. Parte seconda, Palermo 1998, pp. 596)

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