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PALERMO
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La supplica indirizzata al Senato di
Palermo nel 1429 dal frate benedettino Giuliano Majali, poi
divenuto Beato, del convento di San Martino delle Scale,
avviò la fondazione dell’Ospedale Grande e Nuovo della
città. Quando Fra Giuliano, cassinese, inviato dal re
Alfonso d’Aragona, mise per la prima volta piede in Sicilia,
la capitale dell’isola possedeva ventidue ospedali,
“pichuli” e “malamenti sirvuti”, non certo sufficienti “pri
tutti li ammalati e infermi di la dicta chitati”. Palermo
aveva sempre avuto un minimo di organizzazione sanitaria,
fin dalla dominazione araba. Tra l’altro, uno degli ospedali
esistenti nel 1429, quello di San Giovanni dei Lebbrosi, era
sorto presso una piccola chiesa eretta da Ruggero II, il
Normanno, nell’accampamento del suo esercito occupatore. Il 24 aprile 1429 Martino de Marinis,
arcivescovo di Palermo, concesse il nulla osta per la
fondazione dell’ospedale ed il 21 agosto re Alfonso accolse
la richiesta. Nell’ultima decade dello stesso mese non
c’erano, quindi, più ostacoli alla fondazione dell’Ospedale
Grande e Nuovo. Una commissione, di cui facevano parte
Pietro Pollara, procuratore dell’Arcivescovo, i rettori
della Compagnia di Santa Maria di Candelora (che operava
presso l’Ospedale di San Bartolomeo), i rettori
dell’Ospedale di San Giovanni dei Tartari, Fra Giuliano Majali e i nobili Francesco Ventimiglia, Arduino Geremia,
Pietro Afflitto e Guglielmo Sciabica, scelse di accorpare in
un’unica istituzione economica i piccoli ospedali di San
Bartolomeo, San Giovanni dei Tartari, Santa Maria la Mazara,
San Giovani Battista a Castellammare, San Dionisio l’Aeropagita,
Santa Maria la Nova, Sant’Antonio e San Giovanni dei
Lebbrosi (San Teodoro era riservato a tutti i pellegrini [xenodochio],
Santa Maria la Raccomandata era esclusivamente per le pie
donne, San Dionisio era riservato per la nobiltà, San
Giovanni dei Lebbrosi in primo tempo era un lebbrosario,
successivamente utilizzato per i malati di mente, per gli
scabbiosi, per i tubercolotici, San Bartolomeo alloggiava
tisici e ulcerosi, il Filippone adibito alle sole
donne). |

Facciata dell'ex ospedale "San Bartolomeo" |

Portale dell'Ospedale Grande e Nuovo (palazzo Sclafani) |
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La commissione lavorò alacremente; il
24 gennaio 1430 presentò un corpo di tredici capitoli nei
quali tra l’altro si stabiliva che il patronato sul nuovo
ospedale spettasse all’Universitas, la quale ne avrebbe affidato il governo a
quattro cittadini palermitani di cui due in rappresentanza
delle confraternite di San Bartolomeo e di San Giovanni dei
Tartari.
L’11 novembre 1431, il papa Eugenio IV trasmetteva a Palermo una propria bolla con la quale si
accordava la licentia erigendi unum hospitale
solenne in
civitate Panormi et incorporandi. Ad abbattere gli ultimi
ostacoli alla concreta realizzazione deliberata dal
pontefice furono una serie di lettere di re Alfonso dirette
all’arcivescovo di Palermo, al procuratore del re e ad altri
funzionari allo scopo di rendere esecutiva la Bolla papale
super unionem de hospedalibus dictae urbis, per reductionem
ad unum novum hospitale de novo incipiendo, et costruendum.
Di lì a poco l’arcivescovo di Palermo
istituì una commissione deputata a scegliere l’ubicazione
del nosocomio. Pochi giorni dopo il re fu informato che cum
consilio fratis Iuliani Senatusque panormitani la scelta era
caduta sul Palatium nobilis Matheus Sclafani, comitis Adrani,
dictum lo Steri di lu Conti Mattheu, anche se palazzo
Sclafani versava in pessime condizioni (era “inabitabile” e
addirittura “discopertum”). Il consenso regio aprì la strada
alla sistemazione del nosocomio nell’edificio, costruito nel
1330, appunto dal conte Matteo Sclafani, per scommessa col
cognato Manfredi Chiaramonte, proprietario dello Steri di
Piazza Marina.
L’amministrazione dell’Ospedale Grande
e Nuovo entrò in possesso del Palazzo Sclafani nel 1435,
quando l’edificio fu espropriato agli ultimi proprietari
privati, peraltro, residenti in Spagna. Ma dovettero passare
altri cinque anni perché il palazzo potesse essere adibito a
nosocomio. Taluni suoi ambienti erano particolarmente umidi
e poco arieggiati, nell’insieme era ipodimensionato rispetto
ai nuovi bisogni di spedalità che si sommavano ai vecchi.
Sicché continuarono ad essere utilizzati anche i locali di
alcuni vecchi Ospedaletti. Il “San Bartolomeo” godette
addirittura di speciale autonomia e proprio rettorato fino
al 1825.
La sede di Palazzo Sclafani, pressoché
equidistante dal Palazzo Reale e dalla Cattedrale, sembrava
quasi fatta apposta per suggellare la convergenza benevola
del potere temporale e di quello spirituale sull’Ospedale
Grande e Nuovo. Ad esercitare per secoli la giurisdizione
furono, però, i tribunali ecclesiastici. La vita interna del
nosocomio fu invece regolata da appositi capitoli preparati
da Fra Giuliano Majali ed emanati, nel numero di diciannove,
il 5 gennaio 1442. In forza di queste norme ogni anno, il
giorno di Pentecoste, l’Universitas di Palermo eleggeva tre
rettori o priori con compiti di vigilanza e denuncia di ogni
eventuale carenza amministrativa ed assistenziale. Spettava
invece al Senato eleggere il tesoriere, l’ospedaliere (una
specie di direttore generale con diritto di abitare
all’interno di Palazzo Sclafani), due medici (uno fisico ed
uno chirurgo), il barbiere-salassatore-cavadenti, lo
speziale, l’archivista, il dispensiere, il procuratore degli
introiti, l’avvocato, il sacerdote che fungeva anche da
notaio (per accogliere eventuali disposizioni testamentarie
dei ricoverati a favore dell’ospedale), la balia dei
trovatelli abbandonati nell’apposita “ruota” del nosocomio.
Ad assistere i malati erano chiamati i componenti laici di
tre congregazioni: dello Spirito Santo, della Madonna della
Consolazione e della Madonna della Misericordia. Non a caso
nel cortile del nuovo nosocomio campeggiava il quadro ad
affresco Il Trionfo della Morte o dell’Allegoria della
Peste (oggi a Palazzo Abatellis), con il macabro cavallo.
Altra assistenza ai degenti venne, in seguito, assicurata
dai gentiluomini della Congregazione della Carità i quali,
ogni anno, nel giorno di San Bartolomeo, solevano vestirsi
di sacco, portare ceste piene di camicie e di sfilacce, (…)
togliere con le proprie mani all’inferno la camicia e porgli
la nuova, donando le sfilacce per le piaghe.
Durante la plurisecolare vita
dell’Ospedale Grande e Nuovo, l’ordinamento interno fu più
volte rivisitato per adeguarlo ai nuovi compiti che il
mutare dei tempi imponeva. Già a metà del Quattrocento il
nosocomio divenne un serio riferimento dei benefattori: nel
1447 diveniva proprietario del feudo dell’Accia; nel 1491
Ferdinando il Cattolico gli regalava le abbazie di Santa
Maria di Maniace e di San Filippo di Fragalà, con le
rispettive rendite e il dominio sulla Terra di Bronte, di
cui il 22 maggio 1638 il nuovo nosocomio palermitano
acquistò il “mero e misto imperio”, ossia l’esercizio della
giurisdizione civile e penale. Nel 1492 furono annessi
l’Ospedale di San Giovanni dei Padri Teutonici con tutti i
suoi ricoverati (lebbrosi, tisici e matti) e l’Abazia di
Santo Spirito. Nel 1516, per volontà del papa Leone X furono
ricondotti sotto l’egida dell’Ospedale Grande i monasteri
cistercensi di Santo Spirito fuori le mura e di San Nicolò,
rendite comprese.
Nel 1546, i Padri Cappuccini furono
autorizzati dal Senato a costruire una loro infermeria in
un’area limitrofa a Palazzo Sclafani ed in cambio
dell’assistenza sanitaria, s’impegnavano a rifornire
l’ospedale delle erbe medicinali che coltivavano nel loro
“giardino dei semplici”. Le grandi e semplici stanze erano
adornate negli ultimi anni del XVIII secolo con delle
pitture monocrome eseguite da Fra Felice da Sambuca. La loro
infermeria (che fra l’altro cambiò più volte locali,
rimanendo sempre attorno all’ospedale) fu in diverse
occasioni utilizzata per far fronte a situazioni di
eccezionale emergenza, come la peste nel 1624.
Nella seconda metà del Seicento i
ricoverati dell’ospedale erano aumentati a dismisura ed il
personale ausiliario scarseggiava. Per sopperire a questa
carenza, nel 1654 si destinò un reparto del nosocomio, il
cosiddetto Conservatorio, all’accoglimento delle trovatelle
dai sette anni all’età da marito, al fine di utilizzarne
l’opera per accudire ai pazzi ed alle meretrici affette da
lue. Inoltre, le giovinette avevano il compito di preparare
il pane e la pasta per tutti i degenti dell’ospedale. In che
condizioni fossero costrette a vivere queste sventurate si
evince chiaramente da una indignata protesta elevata nel
1789 dal Presidente onorario del Tribunale del Real
Patrimonio: sono le figliole ripartite in detti cameroni, o
per meglio dire “tetti morti” volgarmente chiamati, a guisa
di infermeria situati con letti vicini in gran numero ed in
angusto loco, in modo che il numero dei fiati non le può
fare esalare che un’aria pestifera. Non è inferiore
l’indecenza di come sono tenuti i cameroni suddetti, nei
quali vi abitano le stesse figliole, e con le loro gatte e
le galline che per proprio guadagno trattengono, e che
producono delle grandi immondezze. Altro personale
ausiliario cominciò ad essere reclutato, sempre nel
Seicento, dalle file dei condannati a morte o a molti anni
di galera, e soprattutto dalle schiere di magare e
fattucchiere giudicate per stregoneria dal Tribunale del
Sant’Uffizio e condannate ad essere muradas, a vita o per
alcuni anni, nei locali dell’Ospedale Grande e Nuovo.
Nel 1790, le trovatelle furono
trasferite nel grande Albergo delle Povere fuori Porta
Nuova, fatto costruire nel 1732 da Carlo d’Asburgo e già
denominato Real Albergo dei Poveri. All’Ospedale Grande e
Nuovo ne rimasero comunque alcune che continuarono a
disimpegnare i compiti tradizionali con un piccolo compenso.
Con dispaccio regio del 3 settembre
1805 l’Accademia degli Studi di Palermo fu trasformata in
vera e propria Università. Di conseguenza l’insegnamento di
medicina, che da almeno cinquanta anni era ospitato nei
locali dell’ospedale acquisì connotati di autentica
scientificità.
Nel 1825 Francesco I di Borbone fece
costruire la “Real Casa dei Matti” dove furono trasferiti i
malati di mente. Il 4 agosto dello stesso anno il sovrano
affrancava l’Ospedale Grande e Nuovo dal Consiglio degli
Ospizi. Il 15 novembre decretava la trasformazione del San
Bartolomeo in Conservatorio di Santo Spirito per i bimbi
orfani. Gli ammalati che vi erano ricoverati furono
trasferiti all’Ospedale Grande. Finì così la storia
dell’Ospedale di San Bartolomeo le cui origini risalgono al
secolo XIII.
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All’inizio degli anni Trenta dell’800
si cominciò a parlare di trasferire le degenti affette da
“lue”, o per meglio dire le donne del dipartimento
meretricio dell’Ospedale Grande, in un apposito sifilocomio.
Il progetto si concretizzò compiutamente negli anni
Cinquanta quando fu istituito un Ospedale meretricio
ospitato nei locali del deposito di mendicità del complesso
dello Spasimo. I locali del complesso architettonico e della
chiesa dello Spasimo con l'ubicazione in alcuni corpi di
fabbrica del sifilocomio, "ospedale meretricio" nella
dizione dell'epoca, furono utilizzati dal 1855. Nel 1898
furono realizzate nuove camerate al di sopra delle cappelle
laterali della chiesa e sul piano del bastione. La struttura
sanitaria a partire dal 1888 passò in carico all'Ospedale
Civico che, con la dizione Ospedale "Principe Umberto", (si
vede ancora la scritta sul portone d’ingresso) lo ha
detenuto per le proprie attività di cronicario geriatrico
sino al 1986. |

Chiesa dello Spasimo - navata centrale |
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In quegli stessi anni dell'ottocento il glorioso
ospedale cominciò a chiamarsi ufficialmente Civico,denominazione che si riscontra già in documenti degli anni
Trenta forse per sottolineare che esso ormai dipendeva
esclusivamente dall’amministrazione civica di Palermo. Nella
primavera del 1851 fu istituita una clinica erpetica nei
locali della casa gesuitica di San Francesco Saverio. In
seguito ai moti del ’48, Palazzo Sclafani fu dichiarato bene
demaniale ed adibito a caserma militare nel 1852. Da quel
tempo l’unico lato rimasto intatto è quello meridionale con
la porta sormontata da un’edicola scolpita dal pisano Bonaiuto e dallo stemma degli Sclafani rappresentati dalla
figura di due gru che si guardano tra loro. L’interno è
costituito da un vasto cortile dalla forma quadrata,
racchiuso da un porticato che da uno scalone laterale che
conduce al piano nobile costituito da un grande salone
illuminato da imponenti finestre; nel cortile addossati ai
muri perimetrali furono realizzati alcuni affreschi. L’Ospedale Civico fu trasferito al San
Saverio nel 1853. Successivamente, in esecuzione del regio
decreto del 6 marzo 1864, il Ministero dell’Interno occupò
temporaneamente il monastero benedettino della Concezione e
lo assegnò all’Ospedale Civico per impiantarvi le cliniche
medica, chirurgica, ostetrica e oftalmica. Nel 1866, nei
locali del San Saverio fu istituita la clinica pediatrica,
con trentadue posti letto. L’anno dopo fu stipulata una
convenzione tra l’Università e l’Ospedale Civico per il
mantenimento delle cliniche. |

Chiesa di S. Saverio con ex Casa gesuitica |
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Nei primi anni Settanta dell’800, la
storia del glorioso nosocomio si fuse con quella
dell’Ospedale Fatebenefratelli. Quest’ultimo era stato
fondato nel 1587 da Fra Sebastiano Ordonez dell’Ordine dei Fatebenefratelli, formato dai discepoli di San Giovanni di
Dio. Quest’ultimo, ex soldato spagnolo, si era fatto frate a
Granada dopo la battaglia di Lepanto. Indossato il saio,
assurse presto ad un ruolo primario dell’Ordine prestando la
sua opera anche a Roma, da dove fu inviato a Palermo per
occuparsi dell’assistenza degli ammalati. Nella capitale
dell’isola, il Nostro comprò la chiesetta di San Pietro in
Vincoli (1533) ed altri uffici limitrofi per fondarvi il
convento ed un nuovo ospedale. Diede ad entrambi il nome di Fatebenefratelli. In questo particolare tessuto urbanistico
che gravita all’interno dell’odierno Mandamento Palazzo
Reale, nel quartiere dell’Albergheria, nel 1586 fu edificato
l’ospedale-convento. La configurazione dell’ospedale si
presentava come un grosso poliedro, la scarsa documentazione
e i vari rimaneggiamenti, le devastazioni dell’ultimo
conflitto non consentono di tracciare un quadro leggibile,
ma appena approssimativo dell’antico nosocomio. Al centro di
questo poliedro si apriva un vasto chiostro con una fontana
di marmo di Billiemi che era sormontata da un elemento
decorativo e significativo quale l’emblema dei
Fatebenefratelli: il melograno. Successivamente si accedeva
attraverso due porte che immettevano nel cortile, ad oriente
l’ingresso principale possedeva un portale in pietra
d’intaglio, ad occidente era un altro ingresso aperto
intorno al 1726 per permettere ai cittadini di entrare nella
“spezieria”. Da uno scalone si accedeva al piano superiore
dove erano ubicati gli alloggi conventuali, le officine e il
salone-corsia per la degenza degli ammalati di particolare
magnificenza. (lunga m. 43,50 e larga m. 7,95). Suggestivo è
il soffitto che si presenta a cassettoni di legno policromo
con motivi floreali (rappresentati foglie e fiori del
melograno). Lungo le due pareti principali che risultano
essere altissime, si svolgono una serie di affreschi
illustranti episodi della vita di San Giovanni di Dio,
attribuiti al pittore monrealese Pietro Novelli (1603-1647).
Gli affreschi occupano la parte superiore della corsia
lasciando libera quella inferiore occupata dai lettini con
l’alcova e permetteva ai degenti di poterli osservare mentre
erano coricati nei loro letti.
In fondo all’aula, tra le due ali
maggiori stazionava l’altare che era sovrapposto da una tela
di Pietro Novelli raffigurante San Pietro in Vinculis
(attualmente custodita presso la Galleria Regionale della
Sicilia), dove ogni giorno veniva celebrata la Santa Messa.
Alla destra dell’altare una porticina conduceva ad un
piccolo ambiente utilizzato come camera di degenza per i
preti infermi. Alla sinistra un piccolo passaggio permetteva
ai frati di raggiungere la medicheria ed i laboratori. In
tutti gli ospedali dei Fatebenefratelli era prerogativa la
presenza della spezieria (farmacia), in quello di Palermo
era ubicata poco dopo la “portiera” sulla destra alla quale
era preposto un religioso e serviva anche il pubblico
attraverso un bancone chiuso da una grata. I frati erano
abbastanza rinomati per la loro arte e per l’ottima qualità
degli elaborati che producevano, le erbe le coltivavano
personalmente specialmente le più ricorrenti. Palermo fece
scuola nell’erboristeria; molti speziali ed erbaioli
venivano all’Ospedale dei Fatebenefratelli ad imparare il
mestiere. Non a caso il famoso Giuseppe Balsamo, pseudo conte di Cagliostro, frequentò la loro farmacia: la sua casa
natale era prospiciente a via Scarparelli, nelle adiacenze
dove vi rimaneva per ore guardando con interesse i frati che
preparavano le pozioni. In un secondo tempo (1839) la
spezieria diventerà una clinica omeopatica diretta dal prof.
Giuseppe Bandiera. I frati si interessavano a dare una degna
sepoltura sia ai confratelli che ai malati. Nel 1924, al di
sotto dell’Ospedale, è stata scoperta una vasta cripta
cimiteriale con tanto di colatoi a sedile e tavoliere per
l’esposizione, comune usanza di quel periodo.
Nel 1685, il nosocomio disponeva di 40
posti letto e di altrettanti religiosi preposti
all’assistenza dei degenti: ospitava circa mille ammalati
all'anno che divennero 1.300 nel 1715.
Durante il colera del 1837, il priore
offrì alla Commissione centrale sanitaria la disponibilità
dell’Ordine ad assistere i colerosi non solo nel proprio
ospedale ma anche nei sei lazzaretti improvvisati a far
fronte all’emergenza. Nella seconda metà dell’Ottocento i
posti letto si riducono a venti. Cacciati i Fatebenefratelli
in seguito alla legge del 1866 che sopprimeva gli Ordini
religiosi, il loro patrimonio fu incamerato dallo Stato
(1872) e l’ospedale trasformato in caserma per l’esercito
sabaudo. Nel 1887 i locali furono organizzati per essere
utilizzati da un istituto scolastico ed i beni annessi alla
vecchia struttura e alla gestione religiosa furono
incorporati al nascituro “Ospedale Civico e Benfratelli”. In
forza della stessa legge del 1866, furono accorpate
all’Ospedale Civico anche le cessate confraternite di San
Sebastiano e di San Michele Arcangelo.
Una commissione mista
(comunale, provinciale, del Genio Civile) nel 1897 suggeriva
di costruire "di sana pianta, possibilmente alla periferia
della città, un nuovo grande Ospedale della capienza di 500
letti”. Come presidente dell’importante
istituzione ospedaliera l’imprenditore Ignazio Florio riuscì
a fare i passi decisivi per l’avvio a soluzione
dell’edilizia ospedaliera a Palermo. Il 22 luglio 1907,
Florio firmava l’atto notarile con cui l’Ospedale Civico e
Benfratelli acquistava un’area di quattordici ettari su cui
tuttora fanno mostra di sé l’Ospedale Civico ed il
Policlinico. All’assetto definitivo del Civico e del
Policlinico "Paolo Giaccone" si arrivò per approssimazione successiva, negli
anni Trenta, parallelamente all’abbandono dei locali (ormai
fatiscenti) degli ospedali dello Spasimo, della Concezione e
del San Saverio. Quest’ultimo è stato, fra l’altro, raso al
suolo da un’incursione aerea l’8 settembre 1943.
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Lungo il Cassaro all’interno del
quartiere militare incombeva l’ospedale "San Giacomo"
costruzione, iniziata nel 500 e portata a termine
nel 1620, probabilmente da Mariano Smeriglio; si occupava
degli ammalati illustri, per lo più stranieri e militari
dell’esercito spagnolo, abolito definitivamente nel 1832 con
l’avvento dell’amministrazione borbonica che trasformò i
locali per necessità militari. Tutt’oggi è adibito ad
alloggi militari. Annessa all’Ospedale militare vi era la
chiesa parrocchiale di San Giacomo La Mazara, così chiamata
per la presenza di un mulino, costruita nel 1482 venne
utilizzata dal nosocomio solo dopo il 1620, successivamente
sconsacrata è stata adibita ad officina meccanica per i
militari.
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Palermo - Porta nuova - sulla destra l'ex
ospedale "San Giacomo" |
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Ospedale civico - Fatebenefratelli |

Ospedale civico - Fatebenefratelli |
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Policlinico universitario "Paolo
Giaccone". |

Policlinico universitario "Paolo
Giaccone". |
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Ospedale civico - Fatebenefratelli |

Ospedale provinciale generale "G.F. Ingrassia". |
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Nel primo ‘800, i militi malati
venivano curati nell’abolita Casa gesuitica di San Saverio
divenuto così il nuovo Ospedale militare. Nel 1852
l’Ospedale militare passò nell'ex convento di Santa Cita dei
PP. Domenicani (attuale caserma Cangelosi). Nel 1930 infine, l’Ospedale militare si
stabilì nell’attuale sede a Mezzomonreale, nella villa dei
Marchesi di Santa Croce.
Anche il clero aveva il suo ospedale
che per motivi logistici era ubicato proprio nei pressi del
Palazzo Arcivescovile. Fondato nel 1695 dall’arcivescovo
Ferdinando Bazan era detto l’Ospedale dei Sacerdoti, poiché
ospitava i sacerdoti infermi. Vi si accedeva da una
scalinata sul fianco sinistro tramite un antico portale a
sesto poligonale con festoni pensili in pietra d’intaglio.
Alle dipendenze è situato l’oratorio dei Ss. Pietro e Paolo,
fatto costruire nel 1697-98 su progetto di Paolo Amato e
abbellito con magnifici stucchi di scuola Serpottiana.
Il lazzaretto di Palermo fu fondato nel
1628, regnante Filippo II di Spagna, dal viceré Fernandez de
la Cueva, duca di Albuquerque, presso il promontorio
dell’Acqua Santa, subito dopo gli avvenimenti della peste
del 1624. Fu restaurato, abbellito ed ingrandito negli anni
Trenta dell’Ottocento, in periodo borbonico, sotto la cura
del duca Francesco Benzo della Verdura.è stato poi sede
dell’ex Manifattura Tabacchi, in via Guli 11, adiacente ai
Cantieri navali. Un lazzaretto al tempo del colera (1837) fu
nel complesso dello Spasimo. Altro lazzaretto nel Borgo
Santa Lucia.
Policlinico Universitario "Paolo
Giaccone" (costruito negli anni '40).
Ospedale Civico e Benfratelli “G. Di
Cristina – M. Ascoli” (inizio lavori 1932 - nuovo padiglione
1961).
Ospedale "Vincenzo Cervello".
Ospedale "G.F. Ingrassia".
Ospedale Aiuto Materno.
Ospedale "Enrico Albanese".
Ospedale malattie infettive Guadagna.
Ospedale Fatebenefratelli Buccheri La
Ferla.
(Pidone Giuseppe, Descrizione del Real
Ospedale militare di Palermo e della sua interna
amministrazione, Palermo 1834, pp. 34)
(Giliberto Giuseppe, Sul lazzaretto di
Palermo: memoria di Giuseppe Giliberto, Palermo 1840,
pp. 22)
(Relazione sul Lazzaretto di Palermo, Giornale di
Scienze Lettere ed Arti per la Sicilia, 1833, tomo 44, pp.
137-143)
(Monografia, Il più antico Ospedale di
Palermo: appunti di storia, Ospedale San Teodoro,
Palermo 1890 pp. 7)
(Carta Giuseppe, Il sistema ospedaliero
nel centro storico di Palermo, Palermo 1969)
(Bonaffini Giuseppe, Per una storia
delle istituzioni ospedaliere a Palermo tra il XV e il XIX
secolo: fonti e proposte, Palermo 1980, pp. 145)
(Castiglione F. Paolo, Struttura di
potere ed assistenza: l’Ospedale Grande di Palermo tra XVI e
XVIII secolo, In: Il meridione e le scienze (secoli XVI-XIX),
Palermo, Istituto Gramsci Siciliano, 1988, pp. 39-66)
(La Duca Rosario, Francesco Parisi,
Storia della sanità militare a Palermo: XVI-XX
secolo, Palermo 1997, pp. 77)
(Schirò Giovanni, Topografia medica di
Palermo, Palermo 1846)
(Mazzè Angela, L’edilizia sanitaria a
Palermo dal XVI al XIX secolo: l’Ospedale Grande e Nuovo,
Palermo 1992, pp. 681)
(Mazzè Angela, L’edilizia sanitaria a
Palermo dal XVI al XIX secolo. Parte seconda, Palermo 1998, pp. 596)
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